Glocalismo, Remix culture e #SaveYourInternet | art. zero

Video copertina: talk di Lawrence Lessig sulla Remix culture. 

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Questo articolo è una breve riflessione sulla libertà creativa in rete alla luce delle nuove normative europee in fatto di copyright.

Purtroppo l’approccio è un po’ didascalico e questo perché ho cercato di restituire, a fronte dell’ampiezza e complessità delle tematiche trattate, un minimo di sintesi.

Indice generale:


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Remix culture

Il remix è il risultato della modifica di un prodotto mediale attraverso l’aggiunta, la rimozione o il cambiamento di una o più delle sue parti (letteralmente remix vuol dire ri-modifica). Una canzone, un’opera d’arte, un libro, un video o una fotografia possono tutti essere “remixati”. La caratteristica principale del remix è quella di modificare un prodotto per creare qualcosa di nuovo. (fonte Wikipedia)

Secondo Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons e teorico della Remix culture, lo smontaggio-rimontaggio di testi, codice, immagini, suoni e video tipici di certa creatività contemporanea rappresenta, ormai da tempo, un nuovo paradigma compositivo che rischia però di arenarsi nelle secche delle sempre più stringenti e vincolanti leggi sul copyright in vigore nei paesi occidentali.

Lessig non a caso è da sempre sostenitore di pratiche culturali e creative basate sul riciclo-rielaborazione di contenuti digitali preesistenti anche se è lo stesso giurista ad affermare che questi contenuti vanno comunque inquadrati all’interno di una adeguata cornice legislativa.

Leggi copyright vs libera creazione

Sia in Europa come negli Stati Uniti si stanno creando normative sempre più severe inerenti la difesa, comunque necessaria, del diritto d’autore in rete. Alcune di queste direttive però, non ultima quella europea approvata a Bruxelles nel marzo 2019 (qui trovi il PDF), stanno spostando l’ago della bilancia a favore delle grandi piattaforme del web da una parte e delle potenti organizzazioni detentrici dei diritti d’autore dall’altra. I risultati di questa politica, per certi aspetti imprevedibili, finiranno probabilmente col penalizzare gli utenti, i creator e i piccoli network e questo soprattutto a causa del “nemico” numero uno della libertà in rete: i filtri di upload.

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Upload filter vs libera creazione

Un filtro automatico di upload è un programma informatico automatizzato che scansiona i dati quando vengono caricati sul web. Se il programma rileva che un contenuto non è conforme alle regole predefinite il contenuto in questione viene bloccato. Questa tecnologia, già oggi in uso, se ulteriormente potenziata finirà con ogni probabilità col limitare non poco i contenuti condivisibili da parte di utenti, creativi e piccoli network d’informazione (inclusi blogger) il tutto a vantaggio di chi si trova dall’altra parte del tavolo: grandi piattaforme web, grossi gruppi editoriali, organizzazioni detentrici dei diritti d’autore ecc…


Su internet, nel corso degli anni, in opposizione a regole e normative considerate troppo stringenti se non liberticide (la petizione contro la legge europea sui diritti d’autore ha superato i cinque milioni di aderenti) si sono formati movimenti più o meno spontanei di attivisti ispirati ad un’idea del web come risorsa aperta, libera e condivisa. Tra questi fenomeni i più noti sono Free culture movement e #SaveYourInternet.

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Free culture movement

Il Free culture movement è una organizzazione internazionale nata nei primissimi anni duemila in alcuni campus universitari statunitensi. Il movimento ha come fine statutario quello di promuovere la libertà di distribuire e modificare le opere frutto della creatività sotto forma di contenuti liberi. Il Free culture movement infatti contesta le troppo restrittive leggi sul diritto d’autore, così come i concetti di copyright e proprietà intellettuale, sostenendo che queste norme ostacolano la creatività piuttosto che incoraggiarla.

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#SaveYourInternet

#SaveYourInternet è una community composta principalmente di attivisti online che ha come scopo la sensibilizzazione delle persone rispetto a problematiche inerenti internet e la cultura digitale. Il movimento, nella sua variante europea, è in prima linea contro le nuove normative continentali in fatto di copyright che rischiano, in futuro, di modificare in modo sostanziale l’utilizzo che facciamo della rete internet cosi come la conosciamo oggi.


Ma torniamo all’argomento chiave di questo articolo ovvero la Remix culture. Questo fenomeno, a detta di molti sociologi, affonda le sue radici nelle ultime due decadi del secolo scorso e questo in concomitanza di un altro evento, che solo apparentemente ha poco a che spartire con la cultura del remix, la cosiddetta “Glocalizzazione”.

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Glocalismo/Glocalizzazione

Glocalismo (o glocalizzazione) è un termine divenuto popolare a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 grazie soprattutto al lavoro di sociologi come Roland Robertson e Zygmunt Bauman. In realtà la parola “glocalizzazione”, ibrido linguistico di globalizzazione e localizzazione, fu coniata, nei primissimi anni ’80, dagli economisti giapponesi per spiegare le strategie di marketing globale del loro paese.

Il termine è usato per descrivere un servizio o prodotto (anche culturale) distribuito a livello globale ma adattato in modo tale da soddisfare l’utente o il consumatore nel suo mercato locale. La glocalizzazione, almeno nella sua accezione classica, mira quindi ad accomodare, nei vari mercati locali di riferimento, beni prodotti su scala internazionale.

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Think global, act local.

A detta dello stesso Zygmunt Bauman la glocalizzazione è uno dei fenomeni chiave della società contemporanea. Questa realtà, a ben guardare, spazia dalle strategie delle multinazionali per far breccia sui mercati locali, come ad esempio l’hamburger con carne 100% Chianina di McDonald’s, a fenomeni inversi, e cioè a contesti culturali autoctoni che si fanno internazionali, com’è il caso del youtuber sardo che rappa in lingua inglese una vecchia filastrocca isolana per poi postare il tutto in rete.

Glocal Pop!

E’ a questo punto che entra in gioco il “remix”. Sia nel caso dell’hamburger con carne Chianina di McDonald’s che in quello del youtuber che riadatta con uno stile musicale moderno un brano della tradizione sarda siamo di fronte a veri e propri pastiche che mettono insieme cose diverse, il vecchio e il nuovo, il locale e l’internazionale, il pregiato e l’ordinario, l’originale e il convenzionale. Questo tipo di creatività liquida, glocalista e pop(olare) si potrebbe definire: Glocal Pop (l’espressione “pop”, la cui etimologia deriva dall’inglese “popular”, fungerebbe in questo caso da termine ombrello).

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Palla al centro.

La partita che si sta giocando in questi anni su principi fondamentali come la difesa dei diritti d’autore su internet è tutt’altro che conclusa. A ben vedere, data anche la complessità della questione (del resto sono in gioco le libertà di ognuno di noi all’interno del web), c’è da scommetterci che più le normative come quelle sul copyright si faranno rigide più creator, piccoli editori, blogger, influencer e semplici internauti si organizzeranno con iniziative dal basso volte a contrastare queste rigidità (sempre che chi ha la responsabilità di legiferare non corregga il tiro e sposti l’attenzione dal sistema e i suoi efficaci gruppi di pressione alle esigenze e ai diritti del singolo utente).


Questo breve excursus sulla libertà creativa in rete mi è servito personalmente per fare il punto su alcune questioni che mi hanno spinto a creare questo sito web e soprattutto i video che qui di seguito vado a presentare. Mi auguro che qualcuno di voi, almeno quei pochi che sono giunti fin qui nella lettura, abbiano trovato in questo scritto qualche spunto interessante su cui riflettere. Chiudo con la famosa massima di Henry Ford: C’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia lo sono per tutti!

Dario Quaranta (novembre 2019)

Se sei interessato ad argomenti come “new media art”, “net art”, “hactivism” o arte “post-internet” leggi il mio vademecum delle arti digitali.


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Il web come “economia circolare”: Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

Similmente agli organismi biologici internet è una specie di sistema a “ciclo chiuso” e “auto-rigenerante”. L’enorme quantità di materiale presente sul web di oggi rappresenta il carburante per l’internet di domani. Lo schema è analogo a quello dell’economia circolare applicato all’ambiente, schema non a caso ispirato ai cicli biologici e alla cui base troviamo parole chiave come “riciclo”, “condivisione”, “riutilizzo” e “ricondizionamento”. Insomma, per dirla alla Antoine Lavoisier, il web è un luogo dove “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”.

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Dada Remix: video-pastiche tra immagini piratate, oggetti animati e linguaggi pop!

I Dada Remix sono dei video-pastiche della durata di un minuto ciascuno che mescolano tra loro immagini di artisti contemporanei prese dal web, oggetti animati e musica pop (elettropop, house, techno, disco ecc..).

Questi video, nati guarda caso poco tempo dopo l’approvazione del parlamento di Bruxelles della nuova normativa in fatto di diritti d’autore in rete, sono “sfacciatamente” a favore dell’utilizzo libero e creativo delle risorse presenti su internet in sintonia con lo spirito originale della remix culture.

Secondo tale “filosofia” infatti internet è una sorta di immenso calderone da dove poter riciclare-trasformare testi, codice, immagini, suoni, video per dare vita, partendo appunto da ciò che già esiste, a qualcosa di sempre nuovo. Insomma una sorta di “economia circolare” della rete dove tutto inizia e si esaurisce all’interno di essa.

Il nome del progetto (Dada Remix) è un omaggio ai precursori storici del “collage taglia e cuci” contemporaneo, ovvero ai movimenti artistici d’avanguardia Dada e Neo Dada.

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